IL Calderone tra i Mondi

di Ilaria Pege

Per me il Calderone è un’oggetto concreto, è tondo e panciuto, in rame, con manici in ottone un po’ bruciacchiati. L’ho caricato in macchina pieno di cose, come fosse un tendone da circo o il cilindro di un mago, quando la scorsa settimana, ho fatto uno spettacolo per bambini dedicato al vero significato della festa di Halloween, nella biblioteca a Nanto, in provincia di Vicenza.
È pesante il mio calderone, è grande e serve spesso lo sgabellino per alzarlo un poco da terra. Mentre correvo in macchina, sentivo i manici sbattere sui bordi, sting…stong…davvero fastidioso.
Durante lo spettacolo, mi sembrava di essere un po’ il mago Silvan, tiravo fuori cose, oggetti assurdi, mentre con il racconto scivolavo attraverso la storia dell’umanità in cui il filo rosso era proprio ciò che è umano e comune a tutte le epoche.

Mi piace usare il calderone…ma che fatica!

Anche per quello interiore provo le stesse emozioni. Mi piace giocarci, ma è impegnativo occuparsene.
A livello fisico, la percezione del mio ventre, senza un particolare lavoro di attenzione, è superficiale sento la pancia, la pelvi al più. Se scendo nel profondo, la sensazione è quella di avere uno spazio vuoto all’interno.
Un vuoto la cui percezione mi spaventa a volte. Perché è molto simile al vuoto che ho provato quando sono stata al cospetto della salma della mamma del mio ex.
È forte sta cosa lo so. Ma è un fatto così tangibile che non posso non parlarne. Avevo già visto persone morte prima di allora, ma i miei nonni, in obitorio non sembravano così morti…Elsa Momoli, invece era stata svuotata da un tumore al seno e sembrava un vecchia di 190 anni, pur avendone solo 60.

Per la prima volta in vita mia percepii l’assenza che produce la morte.

Quella sensazione di vuoto, era così tangibile che in ogni poro di quella sacca di pelle che ricordava vagamente le sembianze di una donna conosciuta, c’era un eco. Una risonanza della vita fuori, che veniva respinta insistentemente.
In quella camera da letto refrigerata per l’occasione, perfino il mobilio d’antiquariato, la moquette e il lampadario del ‘700 mi sembravano più vivi di lei.
Mi spaventai così tanto, che sorse in me un vecchio ricordo di disperazione, un ganglio genetico aprì il suo file e riportò a galla sensazioni ataviche di morte per freddo e stenti.
Di fronte a quel baratro, in cui ostinatamente non si emergeva nulla, io percepivo prepotentemente l’assenza della Vita.
Come se mi fossi destata per la prima volta e vedessi la morte nella sua cruda essenza, nella sua realtà. Non la realtà dei miei desideri, delle mie speranze, del mio dolore, ma la sua meccanica realtà.
Mi viene in mente un pezzo del libro di Morgan Llywellyn, ” Il Potere dei Druidi” edito da Tea, in cui il protagonista evoca Colui che ha Due Facce.
La paura è uno strumento della magia” e ancora: ” Con dita invisibili annaspai verso l’esterno, cercando i limiti del mio potere, e avvolsi l’Aldilà intorno a me come una tunica fino a poterlo sentire, annusare, assaporare. Scivolai più in
profondità, con le labbra che formulavano le parole più potenti che conoscevo, i nomi degli Dei degli Abissi, dei Signori della Notte, e della Tempesta e degli spazi fra le stelle, gli aspetti più cupi della Fonte.

Ripensando ad Elsa, in quel momento, la ringrazio immensamente, perché s’è fatta insegnante di vita.

Aver vissuto quell’immensa paura e disperazione e essermene fatta carico, negli anni che seguirono, non m’ha fatto passare la paura della morte, anzi, tutt’altro, ora non posso fare a meno di sentirla, non posso ignorarla, perché so cos’è, ne conosco la
voce, le sensazioni fisiche e quelle emotive.
Quando cercavo di scoprire la mia natura femminile, mi trovavo sempre a razionalizzare l’aspetto di vita e morte associato alla Dea ( come sempre non limitata ad un concetto spirituale, in cui c’è subordinazione, ma ad un complesso di significati che provengono dall’inconscio e dal conscio, dal sognato e dal vissuto ) pensavo
all’utero, alle mestruazioni, al rischio della nascita, alla vulnerabilità della vita, quando ero veramente ispirata; dopo questa esperienza, anche il vuoto ha preso un peso. E sembra un’assurdità irrazionale a scriverla così, ma è esattamente quello che ho sperimentato. La potenza del vuoto.

Non voglio trascendere ora in discorsi pro-anima, pro vita dopo la morte, perché come dico sempre anche queste ipotesi, pur giustificate da un’esperienza in alcuni casi, fanno parte della coreografia teologica che ognuno si sceglie. Io so consapevolmente che la vita prosegue e che anche la morte e la potenza del vuoto, fanno parte della vita stessa, come una soglia da oltrepassare, ma non voglio perdere l’attenzione dall’esperienza di toccare consapevolmente questa specifica parte della Vita.
Così quel punto vuoto del mio ventre, come lo spazio che il calderone offre per essere riempito è in essenza ciò che lo rende vivo. È il potenziale del seme messo nella terra, che muore per germogliare. Tenere la mente ferma è difficile, tenerla sulla soglia, tra una forma e l’altra è l’esercizio druidico che il simbolo del calderone impone.

Per Elsa, feci arrivare Fabius Constable da Como, per suonare l’arpa al suo funerale. E fu davvero magico. Quell’assenza d’ anima e vita, fu colmata da suono dell’arpa e gli echi della musica, rimbalzavano nell’inutile grandezza di una chiesa di campagna.
Quel suono fu come Il barcaiolo di Avalon, ci trasportò oltre il regno della separazione, nel Mondo Bianco, dove la luce vibra e si espande fortissimo e dove l’essenza della vita è la vita stessa.
Alla prossima cerimonia druidica della luna piena, metterò come da quando ho preso il calderone, una luce dentro alla sua pancia, per ricordarmi la bellezza miracolosa che è la vita manifesta. Ma quando la gente sarà prossima alla partenza, la spegnerò con un soffio.
E lì mi ricorderò del corpo di Elsa, in quel vuoto, mi rispecchierò cercando umilmente di contemplarne il grande mistero.